The way the things look

L’Apparenza

1-6 Amber Clausner – Mario De Angelis

2-7 Claudia Capone – Beatrice Schivo

3-8 Giorgio Di Noto – Marta Zandri

4-9 Catinca Malaimare – Valentina Catena

5-10 Barbara De Vivi – Francesca Salvati

1. Amber Clausner, We Feel, 2016, videoproiezione, 4′, col. Courtesy dell’artista.
6. Un Virus umano: Amber Clausner – Mario De Angelis

WE FEEL ci mette di fronte al nostro rapporto con il mondo naturale. Il video è accompagnato sulle varie piattaforme da descrizioni diverse che messe insieme ne costruiscono la chiave di lettura: Clausner ha montato e manipolato digitalmente video trovati su youtube che mostrano occasioni d’incontro tra uomo e ambiente naturale. Il risultato è un video di 4 minuti che lei ha chiamato WE FEEL, “noi sentiamo” e che vuole rendere evidente “The gulf between the world we live in and the one we were born from” (Vimeo). Questa frase presuppone un distacco, una differenza tra “il mondo da cui siamo nati” e “il mondo in cui viviamo”. Da una parte una situazione di normalità originaria: uomo in simbiosi con la natura in quanto parte cosciente della natura stessa. Dall’altra il presente, l’attuale nascosto dove l’incontro si riduce a tre eloquenti categorie: shock, asservimento o commedia. Lo shock è terrore e fastidio, o meraviglia, sono i commenti estasiati e lo sguardo incredulo di fronte un fascio di luce che attraversa le nuvole o uno stormo di uccelli che volteggia nel cielo. A metà strada c’è il riso sguaiato di un uomo che filma un grande arcobaleno (minuto 0.51), natura come svago occasionale, che attira lo sguardo e l’obiettivo del proprio smartphone come un piacevole diversivo.

È il nostro sguardo “scientifico”, continuo e unilaterale su di loro che conta, mentre “Il fatto che possano essere loro a osservarci ha perso ogni significato” – nota John Berger in Why look at the animals – “Sono gli oggetti prediletti della nostra conoscenza in continua espansione. Ciò che sappiamo su di loro è un indice del nostro potere, e quindi un indice di ciò che ci separa da loro. Più sappiamo, più sono lontani”.
Il video è accompagnato quasi nella sua interezza da una cantilena inaccessibile e disturbante. Fatta di parole e suoni disarticolati reagisce con le voci e i rumori di sottofondo e l’unica cosa che arriva è per ora un senso generale di pericolo imminente.

L’americano David Abram è filosofo, ecologista e performer e in “The Spell of the Sensuous” individua nel salto dai simboli “interni” al paesaggio (le impronte di animali, il sole, la luna, le stelle) all’alfabeto fonetico uno degli elementi fondanti della lontananza dalla natura che il video rende evidente. “Upon understanding this I felt it was important to abandon the presentation of written work and make work that was the total opposite”, commenta Clausner sul suo Blog, luogo di disamiguazione del suo percorso artistico, reso completamente tracciabile nelle sue ispirazioni ideali1. Oltre all’abbandono del linguaggio scritto, un’ interpretazione radicale di Adam le suggerisce anche l’idea di recitare foneticamente, lettera per lettera la poesia-manifesto della sua attività POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL: la cantilena disturbante si carica di significato e alle parole che simbolizzano meglio le sue idee Clausner assegna il compito di dimostrare quanto ci allontanino dalla verità delle cose.

Transmedialità ed estetica del messaggio

Abbiamo davanti una macchina intellettuale insolita e raffinata: L’immagine gode tradizionalmente di un’attenzione percettiva immediata e al contempo genera mistero, produce domande. A questa potenza gli anni ’10 del 2000 legano la possibilità dell’effetto virale. Ogni suo video ha il compito di turbare e attirare violentemente l’attenzione su quegli stessi argomenti che sul Blog – L’abbiamo appena visto con WE FEEL – vengono affrontati con la tranquillità e la completezza che solo il testo scritto assicura. Emerge il contrario dell’ingenuità (voluta) e soprattutto un’estetica completamente asservita all’urgenza del messaggio. Ma non è un asservimento programmatico, esiste un’ispirazione personale fortissima che si situa all’incrocio, su un terreno comune tra sensibilità emotiva personale e politica, letteralmente. Allora, scegliendo di non rispondere all’impulso inguaribile di definirla, il lavoro di Clausner ci parla di due cose e nessuna di queste riguarda (solo) l’arte contemporanea: innanzitutto di una nuova possibile intellettualità fluida e indipendente, in grado di presentarsi e articolare il proprio intervento su più livelli distinti e complementari grazie alle possibilità che la rete mette a disposizione. Allontanandoci ancora l’evidenza più forte è di un nascente disagio nei confronti della nostra civiltà digitale, che riecheggia da direzioni disparate ma in simbiosi paradossale con lo stesso medium che teme e utilizza: i video di Clausner, per chi si troverà ad interrogare il nostro tempo, sono il segnale di un’inquietudine che sta al dipinto da cavalletto come come Black Mirror sta al romanzo dei secoli scorsi.

1 Con calma, passo per passo, spiega il motivo che l’ha portata a ricreare attraverso “slow and harrowing ambient tracks […] an obviously constructed soundscape” e a distorcere e rallentare le voci in altri lavori; frequentissimi sul blog sono i riferimenti ad esperienze personali e i passi in cui esprime con fermezza, esplicitamente, la propria visione delle cose: “Throughout all of our technological developments we have not only neglected our local ecology but have destroyed many parts of it. Conservation is our attempt to put right what we have done wrong, and the consequences of that is brutal and uncomfortable.”

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1-6 Amber Clausner – Mario De Angelis

2-7 Claudia Capone – Beatrice Schivo

3-8 Giorgio Di Noto – Marta Zandri

4-9 Catinca Malaimare – Valentina Catena

5-10 Barbara De Vivi – Francesca Salvati

2. Claudia Capone, Il vento soffia dove vuole, 2018, 3 pannelli di ostie su tavola, 60x100cm. Courtesy dell’artista.
7. Beatrice Schivo

“In verità ti dico: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove ­viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Giovanni 3:8).
In questo passo del Vangelo secondo Giovanni viene sottolineato il concetto di rinascita, un
passaggio quasi di metamorfosi della carne che tende ad elevarsi a spiritualità. Il vento in questo senso diventa il simbolo della volontà divina, dello Spirito che consente al corpo di nascere nuovamente, elevandolo e liberandolo dalla sua gabbia di materia.
Il vento è misterioso, non possiamo vederlo, eppure è reale. Osserviamo gli effetti causati dalla sua presenza, malgrado sia impossibile catturarne con in nostri occhi una sua consistenza : le onde del mare, il movimento a volte quasi impercettibile delle nuvole, le spighe di un campo di grano che dolcemente vengono accarezzate dal suo soffio.
Il messaggio evangelico è essenziale per potersi avvicinare all’opera di Claudia Capone, tanto che l’artista ne esplicita la centralità già a partire dal titolo.
Il vento soffia dove vuole è arcano, enigmatico. Gioca sulla sua apparenza, quasi confondendo lo spettatore che è costretto ad avvicinarsi per comprenderne l’integrità: celata dall’improbabilità del suo utilizzo, l’ostia è protagonista.
Utilizzata già in lavori precedenti, quali Esuvia e Animata, l’ostia in questo caso è un elemento che può assumere diversi significati, mai staccandosi da quello della tradizione cristiana.
L’artista dispone centinaia di ostie su tre pannelli delle medesime dimensioni, generando un andamento formale che dà proprio la sensazione di un soave sfioramento del vento. L’ostia è quindi il mezzo attraverso il quale si percepisce la presenza del vento, che è quello dello Spirito, abbandonandosi totalmente all’idea di essere un suo veicolo per manifestarsi. È materia tangibile, in quanto può essere vista e toccata, ma anche intangibile, proprio perché si propaga nell’immaterialità visiva del vento, pertanto di Dio.
L’ostia è anche metafora per potersi addentrare in una tematica ricorrente nella poetica di Claudia Capone, il labirinto, incarnazione dei complessi e tortuosi percorsi di vita. Ciò che interessa la ricerca dell’artista, oltre alle possibilità formali che offre la linea conduttrice del dedalo, è l’esperienza individuale durante il cammino per individuare una via d’uscita. Percorrendo il labirinto, intendendolo come metafora stessa della nostra vita, ci accorgiamo di quanto siano fondamentali il tempo e lo spazio. In base alla nostra percezione, a questi due elementi diamo dei ruoli determinanti per stabilire la fine della nostra ricerca, ed è in questo frangente che iniziamo a percepire una metamorfosi interiore: il cambiamento di pelle del serpente, che è esso stesso labirinto. Durante il tragitto mutiamo, cambiamo, diventiamo altro, ma rimanendo sempre noi stessi. E questa continuità è percepibile nella sfrenata ricerca dell’artista, dove tutte le opere diventano simbolicamente parti di un tutto unitario
Le opere di Claudia Capone rivelano una travolgente empatia che, a prescindere dal proprio credo, irrompe nello spettatore. L’artista si mette a nudo, raccontando senza veli la propria intimità, la storia di un continuo percorso dinamico all’interno di un dedalo aggrovigliato, difficile, ma carico di un’energica attesa di libertà. È solo apparente il disordinato disegno del percorso.
Il vento soffia dove vuole rappresenta la via d’uscita, quel primo respiro di nascita, o meglio di ri-nascita. L’ostia è materia e immateriale. È la carne che nasce di nuovo grazie allo Spirito, quel vento misterioso che la fa ondeggiare come se fosse una foglia che cade dal ramo di un albero, allo stesso tempo fine e inizio di un ciclo ricco di Vita.

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1-6 Amber Clausner – Mario De Angelis

2-7 Claudia Capone – Beatrice Schivo

3-8 Giorgio Di Noto – Marta Zandri

4-9 Catinca Malaimare – Valentina Catena

5-10 Barbara De Vivi – Francesca Salvati

3. Giorgio Di Noto, The Iceberg, 2017, 6 stampe incorniciate 40x60cm + plexi UV. Courtesy di Leporello, Roma.
8. Marta Zandri

Il progetto Iceberg è un foglio bianco da riempire, che attende l’interazione con l’esperienza attiva dello spettatore. Iceberg offre l’opportunità di materializzare l’inesistente e far apparire ciò che all’occhio sembra essere celato: i pannelli bianchi nascondono infatti delle immagini, a cui solo la visione può conferire concretezza.
Giorgio Di Noto, fotografo romano, è attualmente impegnato in una riflessione sulla visibilità dell’immagine nel mondo moderno, che si combina con l’immaterialità e mancanza di fisicità propria del materiale visivo. Attratto inoltre dalle modalità della sua fruizione, ha iniziato a nutrire un particolare interesse per la relazione che lega la fotografia a internet. La rete è oggi costantemente presente, in ambito sia privato che lavorativo, e ci offre una conoscenza della realtà che ci circonda che sembrerebbe infinita, martellante è la proposta di immagini. Eppure, ciò che ci è dato vedere dell’enormità del Web è un mero 10 %. In effetti internet, fatta eccezione per le pubblicità di cui non sempre scegliamo di essere spettatori, risponde alle domande che gli poniamo e rende visibile ciò che richiediamo. Perciò quella zona nascosta e al contempo più estesa del Web, che viene chiamata Deep Web, potrebbe rimanere per sempre invisibile, per sempre celata se non appositamente cercata. Ancor di più il Dark Web, la porzione sfruttata per il commercio illecito, nascondendosi dietro software specializzati concede totale privacy a venditori e compratori, che risultano di fatto inesistenti.
Quella dell’iceberg è perciò la metafora più usata in riferimento alla complessità di internet. Lo spazio del web che ci è dato visitare liberamente è solo la superficie di un sistema ben più esteso: è la zona emersa che si erge sopra la massa nascosta di rete non indicizzata dai motori di ricerca. Lo spazio più remoto e più ampio è il campo dell’invisibile, dove la merce appare e scompare subito dopo, dove non esiste luogo, data o ora. Ogni immagine nasce per presentare qualcosa, in maniera più o meno esplicita. Sono spesso fotografie di bassa risoluzione, scattate magari con un cellulare, quelle che costituiscono l’enorme archivio inesistente del Dark Web, di cui Di Noto si appropria. L’artista fa proprie immagini create per non rivelare nulla (se non la merce stessa), immagini senza autore, pubblicate per non essere visibili agli occhi dei più e per dematerializzarsi anche dal Dark Web, riproponendole in una nuova veste.
Al momento della sua nascita, nel contesto della Primavera Araba, il Deep Web aveva il proposito di arginare la censura e il mercato illegale sviluppatosi in seguito al suo interno stride chiaramente con l’intenzione originaria. Ma il suo studio giunge a svelare singolari tangenze; esso infatti, pur avendo caratteristiche non convenzionali, funziona in realtà in maniera molto comune: i prodotti vengono pubblicizzati, mentre feedback e sconti stimolano il cliente. In alcuni casi le immagini sono estrapolate dal loro contesto originario: noti dipinti o figure non inedite che nulla hanno a che fare con i prodotti in questione divengono referenti visuali, marchi per riconoscere un certo venditore o una certa merce.
L’artista abbandona l’originaria attività diretta di fotografo per attuare un processo di appropriazione e disvelamento. Va in cerca di ciò che è apparentemente invisibile, in un mondo dove tutto sembra essere sovraesposto; di ciò che apparentemente non è rappresentato, in un mondo dove ogni dettaglio viene riprodotto in immagini e video. Ma manca ancora un passo per rendere completa la riemersione. Lo spettatore è costretto a replicare l’accesso al Deep Web e andare in cerca di quello che sembra mancare: deve servirsi di uno strumento, in questo caso la luce ultravioletta. Quello stesso mezzo usato in alcuni contesti per scoprire tracce di droga permette di rendere finalmente visibili le figure, che affiorano quindi con fredda concretezza dal fondo bianco.

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1-6 Amber Clausner – Mario De Angelis

2-7 Claudia Capone – Beatrice Schivo

3-8 Giorgio Di Noto – Marta Zandri

4-9 Catinca Malaimare – Valentina Catena

5-10 Barbara De Vivi – Francesca Salvati

4. Catinca Malaimare, Bodies become images, 2017, videoproiezione, 1’25”, col. Courtesy dell’artista.
9. Valentina Catena

L’essere umano cambia così come cambia l’ambiente che lo circonda. L’uno viene influenzato dall’altro. Portiamo sulle nostre spalle domande vecchie di secoli, alle quali nuove questioni si aggiungono, e cerchiamo in quello che ci circonda le risposte ai nostri bisogni.
Nei tempi odierni la tecnologia è parte sempre più preponderante delle nostre vite. Il nostro io è connesso a quello di tutti gli altri e la rete nella quale siamo incastrati/dalla quale siamo abbracciati, ci collega ad ogni cosa vicina, dividendoci contemporaneamente in tanti piccoli pezzi.
Siamo sempre più frammentari e frammentati, ma questa condizione ci rende allo stesso tempo fluidi: i nuovi mezzi ci permettono di scorgere nuove sfaccettature di noi stessi e di riflettere in modo nuovo sulla nostra condizione di esseri umani.
Catinca Malaimare ci porta con sé, attraverso sé, allo scoperta di un modo nuovo di intendere noi stessi, il nostro corpo e il rapporto che la tecnologia intrattiene con esso.
La realtà virtuale, una delle componenti principali della nostra vita tecnologica, crea infinite immagini del nostro corpo, che troviamo migliorato, diverso, più forte, più bello (digitally amplified selves). L’uso che l’artista fa del virtuale ne cambia i parametri. La possibilità di nascondersi dietro un avatar celando la propria identità, di trasformare se stessi in iper-se stessi, diventa, al contrario, il desiderio di mostrarsi per quello che si è, vulnerabili, sull’orlo, in bilico, intrattenendo con il mezzo un rapporto intimo, tenero, che coinvolge lo spettatore, il cui corpo si rispecchia in quello gracile della performer.
L’artista si mette a nudo di fronte al riguardante, danzando lentamente e ritualmente con alcune immagini di sé che la ridefiniscono continuamente, che scindono le diverse funzioni corporee. Le esperienze sensoriali della vista e del tatto, il continuo fluire di immagini a cui siamo sottoposti, bombardamenti di fotogrammi isolati e contrapposti, sono qui utilizzati come un mantello, una coperta, con i quali l’artista gioca, svela il rapporto fra il nostro corpo e le immagini stesse, riconducendo queste a noi, alla nostra stessa corporalità, in una catena continua di rimandi e rimbalzi che permette di chiederci quale sia il nostro ruolo nel mondo tecnologico.
La dolcezza con cui l’immagine si svela agli occhi dello spettatore permette di costruire un nuovo rapporto con l’immagine stessa, che, attraverso la tecnologia, si discosta dall’effetto spersonalizzante e massificante di quest’ultima. Al contrario, la possibilità di depersonalizzazione diventa possibilità di inserirsi nel flusso continuo e lento delle cose, dimenticando se stessi, accogliendo allo stesso tempo gli altri e ri-accogliendo il proprio corpo timidamente e inaspettatamente. La liquidità diventa un modo nuovo per conoscere se stessi e gli altri.
Ne L’attimo fuggente (Dead Poets Society) di Peter Weir il professor Keating, interpretato da Robin Williams, dà come compito ai suoi studenti la scrittura di una poesia. A non eseguire il compito e ad essere spronato poi dal professore a completarlo in classe, è Todd, interpretato da un giovanissimo Ethan Hawke, che compone la sua poesia con queste parole: «La verità è una coperta che ti lascia scoperti i piedi! Tu la spingi, la tiri e lei non basta mai! Anche se ti dibatti, non riesci a coprirti tutto… Dal momento in cui nasci piangendo al momento in cui esci morendo, ti copre solo la faccia e tu piangi e ridi e gemi!».
Queste parole sono state da me immediatamente accostate a Absolutely Inviolable: immagino la coperta, il mantello, lo schermo con cui l’artista si copre, coprire il poeta stesso; l’artista, il poeta, entrambi incisuri, ma pronti a rivelarsi.
Immagini dell’artista si ripetono su uno schermo da lei tenuto, la malleabilità di questo materiale fa pensare a qualcosa di vischioso, la verità svelata sulla coperta è la stessa che si cela dietro ad essa, nel corpo dell’artista, ma non è sufficiente, né per l’artista né per noi che guardiamo, non è abbastanza per i nostri corpi. Conosciamo il nostro corpo e non lo conosciamo, così come la nostra immagine, pensiamo di sapere come siamo fatti, ma non ne siamo sicuri. Quello che ci resta da fare è continuare ad interrogarci, a chiederci come siamo guardando il nostro riflesso negli altri, nelle immagini degli altri e di noi stessi, nel marasma odierno che è la nostra verità tecnologica.

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1-6 Amber Clausner – Mario De Angelis

2-7 Claudia Capone – Beatrice Schivo

3-8 Giorgio Di Noto – Marta Zandri

4-9 Catinca Malaimare – Valentina Catena

5-10 Barbara De Vivi – Francesca Salvati

5. Barbara De Vivi, Il passaggio, 2017, olio su tela, 125X155 cm. Courtesy del collezionista.
10. Francesca Salvati – Reimparare a guardare un quadro

Mentre ci aggiriamo per musei e gallerie, tra video, installazioni, oggetti disparati, può capitare di imbattersi in una tela. E probabilmente, tra tutto ciò che abbiamo visto, è proprio quest’ultima ad essere interrogata con maggior sospetto. È lei che suscita in noi una certa sensazione di familiarità ritrovata eppure inattesa. I pittori sono, tra gli artisti, quelli a cui chiediamo ancora giustificazioni. Certo è che ogni quadro nato nel XXI secolo rischi l’anatema del recupero archeologico. Rielaborando anni di letture, abbiamo imparato che, dopo l’attraversamento della tela, ogni ritorno ad essa rappresenta, in un certo senso, un revival.
Di fronte a Il passaggio, ci ricordiamo che la bellezza non ha nulla a che fare con quanto fin qui pensato. Ricordiamo che esiste un tempo presente, e che è in grado di confondere le carte in tavola. Il mondo creato da Barbara De Vivi si prende gioco di simili limitazioni. La sua tela è una grande memoria che si assesta strato dopo strato. Emergono qua e là delle tracce, vi si depositano delle impronte. Tra gli addensamenti di colore, affiorano talvolta dei ricordi, più o meno chiari. Sono loro a guidare il nostro occhio e la nostra mente. Nell’atto della metamorfosi, prendono corpo immagini a noi familiari. Ognuna porta con sé una storia; ci sembra di ricordarla. Pensiamo di poterla ricostruire, saltando da una forma all’altra, ma il nostro filo viene spezzato. E quando crediamo di aver trovato la soluzione, la via del passaggio, celato a tutti, veniamo respinti in un limbo di incertezze. Le possibilità si moltiplicano. Come nei nostri ricordi, i tempi, i racconti, convivono e si alimentano a vicenda creando, talvolta, inedite formulazioni. Eppure, in questa grande memoria in divenire, non c’è posto per il caos. Le forme, nel loro moto continuo, si organizzano con ponderatezza. Al massimo grado di definizione raggiunta si contrappone una materia ancora non delineata, innestando un movimento circolare di creazione continua.
The Way Things Look è il titolo della collettiva a cui prende parte Il passaggio. Il tentativo è quello di indagare un territorio di confine, la piega che si crea tra ciò che è e ciò che sembra essere, la sua apparenza. La tela di Barbara De Vivi, inserendosi in questa ricerca, aggiunge forza all’ indagine senza voler fornire una risposta univoca. Piuttosto, Il passaggio espande il campo delle domande, vivificando la nostra riflessione. In fin dei conti, qual è la differenza tra ciò che una cosa è e il modo in cui essa ci appare? L’ apparenza è in grado di divenire essenza.
A guardare bene l’opera, ci rendiamo conto che la nostra esperienza estetica non ha realmente bisogno di una conoscenza certa. Forse, piuttosto, è proprio in tale dimensione aperta, in attesa di “significare”, che risiede ciò che rende una tela, tra video, installazioni, oggetti disparati, un’opera sempre in grado di fornire un’esperienza esemplare. E questo può bastare.

Courtesy Galleria Marcolini – Pagina Artista