1. Amber Clausner, We Feel, 2016, videoproiezione, 4′, col. Courtesy dell’artista.
6. Un Virus umano: Amber Clausner – Mario De Angelis

WE FEEL ci mette di fronte al nostro rapporto con il mondo naturale. Il video è accompagnato sulle varie piattaforme da descrizioni diverse che messe insieme ne costruiscono la chiave di lettura: Clausner ha montato e manipolato digitalmente video trovati su youtube che mostrano occasioni d’incontro tra uomo e ambiente naturale. Il risultato è un video di 4 minuti che lei ha chiamato WE FEEL, “noi sentiamo” e che vuole rendere evidente “The gulf between the world we live in and the one we were born from” (Vimeo). Questa frase presuppone un distacco, una differenza tra “il mondo da cui siamo nati” e “il mondo in cui viviamo”. Da una parte una situazione di normalità originaria: uomo in simbiosi con la natura in quanto parte cosciente della natura stessa. Dall’altra il presente, l’attuale nascosto dove l’incontro si riduce a tre eloquenti categorie: shock, asservimento o commedia. Lo shock è terrore e fastidio, o meraviglia, sono i commenti estasiati e lo sguardo incredulo di fronte un fascio di luce che attraversa le nuvole o uno stormo di uccelli che volteggia nel cielo. A metà strada c’è il riso sguaiato di un uomo che filma un grande arcobaleno (minuto 0.51), natura come svago occasionale, che attira lo sguardo e l’obiettivo del proprio smartphone come un piacevole diversivo.

È il nostro sguardo “scientifico”, continuo e unilaterale su di loro che conta, mentre “Il fatto che possano essere loro a osservarci ha perso ogni significato” – nota John Berger in Why look at the animals – “Sono gli oggetti prediletti della nostra conoscenza in continua espansione. Ciò che sappiamo su di loro è un indice del nostro potere, e quindi un indice di ciò che ci separa da loro. Più sappiamo, più sono lontani”.
Il video è accompagnato quasi nella sua interezza da una cantilena inaccessibile e disturbante. Fatta di parole e suoni disarticolati reagisce con le voci e i rumori di sottofondo e l’unica cosa che arriva è per ora un senso generale di pericolo imminente.

L’americano David Abram è filosofo, ecologista e performer e in “The Spell of the Sensuous” individua nel salto dai simboli “interni” al paesaggio (le impronte di animali, il sole, la luna, le stelle) all’alfabeto fonetico uno degli elementi fondanti della lontananza dalla natura che il video rende evidente. “Upon understanding this I felt it was important to abandon the presentation of written work and make work that was the total opposite”, commenta Clausner sul suo Blog, luogo di disamiguazione del suo percorso artistico, reso completamente tracciabile nelle sue ispirazioni ideali1. Oltre all’abbandono del linguaggio scritto, un’ interpretazione radicale di Adam le suggerisce anche l’idea di recitare foneticamente, lettera per lettera la poesia-manifesto della sua attività POLITICALLY EMOTIONAL/EMOTIONALLY POLITICAL: la cantilena disturbante si carica di significato e alle parole che simbolizzano meglio le sue idee Clausner assegna il compito di dimostrare quanto ci allontanino dalla verità delle cose.

Transmedialità ed estetica del messaggio

Abbiamo davanti una macchina intellettuale insolita e raffinata: L’immagine gode tradizionalmente di un’attenzione percettiva immediata e al contempo genera mistero, produce domande. A questa potenza gli anni ’10 del 2000 legano la possibilità dell’effetto virale. Ogni suo video ha il compito di turbare e attirare violentemente l’attenzione su quegli stessi argomenti che sul Blog – L’abbiamo appena visto con WE FEEL – vengono affrontati con la tranquillità e la completezza che solo il testo scritto assicura. Emerge il contrario dell’ingenuità (voluta) e soprattutto un’estetica completamente asservita all’urgenza del messaggio. Ma non è un asservimento programmatico, esiste un’ispirazione personale fortissima che si situa all’incrocio, su un terreno comune tra sensibilità emotiva personale e politica, letteralmente. Allora, scegliendo di non rispondere all’impulso inguaribile di definirla, il lavoro di Clausner ci parla di due cose e nessuna di queste riguarda (solo) l’arte contemporanea: innanzitutto di una nuova possibile intellettualità fluida e indipendente, in grado di presentarsi e articolare il proprio intervento su più livelli distinti e complementari grazie alle possibilità che la rete mette a disposizione. Allontanandoci ancora l’evidenza più forte è di un nascente disagio nei confronti della nostra civiltà digitale, che riecheggia da direzioni disparate ma in simbiosi paradossale con lo stesso medium che teme e utilizza: i video di Clausner, per chi si troverà ad interrogare il nostro tempo, sono il segnale di un’inquietudine che sta al dipinto da cavalletto come come Black Mirror sta al romanzo dei secoli scorsi.

1 Con calma, passo per passo, spiega il motivo che l’ha portata a ricreare attraverso “slow and harrowing ambient tracks […] an obviously constructed soundscape” e a distorcere e rallentare le voci in altri lavori; frequentissimi sul blog sono i riferimenti ad esperienze personali e i passi in cui esprime con fermezza, esplicitamente, la propria visione delle cose: “Throughout all of our technological developments we have not only neglected our local ecology but have destroyed many parts of it. Conservation is our attempt to put right what we have done wrong, and the consequences of that is brutal and uncomfortable.”

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